Quando si parla di dipendenza affettiva, il rischio è quello di ridurre tutto a una relazione “malata” tra una persona dipendente e una persona narcisista.
Questa lettura, seppur diffusa, è clinicamente povera e spesso dannosa: semplifica fenomeni complessi e sposta l’attenzione dal mondo interno della persona che soffre.

Essa non è una categoria diagnostica, ma un pattern relazionale che affonda le radici nella storia di vita, nei bisogni emotivi frustrati e nella relazione con sé stessi.

I bisogni emotivi non ascoltati

Al centro di questa modalità relazionale non c’è “l’altro”, ma un bisogno profondo di sicurezza, riconoscimento e continuità affettiva.
Quando questi bisogni, nel corso dello sviluppo, non trovano risposta stabile, la persona può imparare che:

  • amare significa adattarsi

  • chiedere è pericoloso

  • essere sé stessi espone al rischio di perdere il legame

Il legame diventa allora qualcosa da proteggere a tutti i costi, anche a scapito del proprio benessere.

Le origini: trauma familiare e attaccamento

Molte storie di dipendenza affettiva hanno origine in contesti familiari emotivamente imprevedibili, non necessariamente traumatici in senso eclatante, ma caratterizzati da:

  • amore condizionato

  • inversione dei ruoli (bambini “adulti”)

  • scarsa sintonizzazione emotiva

  • messaggi impliciti di non legittimazione dei bisogni

Come sottolineato da diversi autori, la minaccia centrale non è la solitudine in sé, ma la perdita del legame come perdita del valore personale.
L’abbandono non è solo “restare soli”, ma “non valere abbastanza da essere scelti”.

Mancanza di fiducia nel Sé

Un aspetto centrale della dipendenza affettiva  è la sfiducia nei confronti di sé stessi: delle proprie percezioni, emozioni, decisioni.

La persona dipendente spesso:

  • dubita di ciò che sente

  • delega all’altro la validazione di sé

  • teme di sbagliare se segue il proprio sentire

L’altro diventa una bussola esterna, necessaria per sentirsi orientati e “giusti”.

L’enorme difficoltà di ascolto di sé

Ascoltarsi significa entrare in contatto con bisogni, limiti, desideri.
Per chi vive una dipendenza affettiva, questo è spesso pericoloso, perché può portare a conflitti, richieste, separazioni.

Di conseguenza:

  • si impara a non sentire

  • si anticipano i bisogni dell’altro

  • si minimizzano i propri segnali interni per cui il prezzo pagato è un progressivo svuotamento del Sé.

Diritti e permessi negati nella dipendenza affettiva

Un tema clinico ricorrente è quello dei diritti psicologici negati:

  • il diritto di dire no

  • il diritto di cambiare idea

  • il diritto di deludere

  • il diritto di essere imperfetti

Tutto viene sacrificato in funzione del timore dell’abbandono, che guida scelte, comportamenti e silenzi.

Uscire dalla dipendenza affettiva

Il lavoro terapeutico nella dipendenza affettiva non consiste nel “lasciare la relazione”, ma nel ricostruire un rapporto interno sicuro.
Significa aiutare la persona a:

  • riconoscere i propri bisogni

  • legittimare le emozioni

  • recuperare fiducia nel Sé

  • tollerare il rischio relazionale senza annullarsi

Solo quando il legame con sé stessi diventa più stabile, anche i legami con gli altri possono trasformarsi.

La psicoterapia offre uno spazio sicuro per comprendere queste dinamiche e costruire relazioni più equilibrate, a partire dal rapporto con sé stessi.
Chiedere aiuto è un primo passo di cura verso se stessi.

Se senti il bisogno di un confronto, puoi compilare il form sottostante per richiedere informazioni o fissare un primo colloquio.

Sei interessato/a a questo articolo? Non esitare a contattarmi: